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I “nuovi bambini” in psicoterapia: dalle dinamiche impotenza-onnipotenza al processo inferiorità-superiorità. Riflessioni e strategie terapeutiche

Summary – NEW CHILDREN IN PSYCHOTHERAPY: FROM OMNIPOTENCE-IMPOTENCE DYNAMICS TO INFERIORITY SUPERIORITY PROCESS. REFLECTIONS AND THERAPEUTIC STRATEGIES. Recent socio cultural changes have a significant impact on the growth process of children today and produce new psychic dynamics. The inferiority feeling theorized by Individual Psychology, based on expe- rience first and then awareness of his own limitations that leads to the desire to overcome them, gives way to the illusion of omnipotence created by the lack of limits that characterizes the new educational styles. The weakening of the Father’s Law produces the child remain in the kingdom of pleasure, narcissistic bond, non-recognition of the Other. Even in psychotherapy, we notice a decrease of cases in which the initial focus of the intervention treats the compensations of inferiority feelings, while we see an increase of situations where it is necessary to provide a containment and differentiation of a chaotic and unregulated inner world, to support the recognition of limits and of the Other, to reinforce the capacity to tolerate frustration that the impact with social reality implies, to reduce omnipotence impotence oscillations to which the child today is exposed. Objectives of this communication are to present these phenomena and to describe the kind of work on the emotional world that is necessary in therapy with new children, through careful modulation of the relationship and a parallel training for parents in order to produce changes in educational methods. In many situations, the psychotherapeutic work on inferiority feeling, compensations and their harmonization with social interest is a more advanced step in which the child accesses only after reaching a more mature psychic level of functioning.

La società contemporanea è attraversata da profondi cambiamenti dettati da numerosi fattori: la precarietà economica e sociale, il relativismo culturale ed etico, la globalizzazione e il superamento dei limiti, il post-materialismo e l’individualismo.
Sul piano delle relazioni interpersonali, Z. Bauman [3] parla di “amore liquido”, per indicare relazioni caratterizzate da istantaneità, brevità, transitorietà, superficialità, occasionalità ed inconsistenza. Relazioni che potremmo meglio definire “contatti”, per utilizzare un termine molto frequente sul web. Contatti che si attivano e si spengono con facilità, mantenuti fino a che producono un beneficio, un piacere, un soddisfacimento immediato dei propri bisogni; approcci che rifiutano la compenetrazione, relazioni costruite apposta per poter essere interrotte facilmente, senza fatiche o sofferenze. È evidente che tali aspetti vadano ad incidere anche sul processo di crescita dei bambini e producano nuove dinamiche psicologiche. Il sentimento di inferiorità teorizzato dalla Psicologia Individuale, fondato sull’esperienza prima e la consapevolezza poi dei propri limiti da cui scaturisce il desiderio del loro superamento, cede il passo all’illusione di onnipotenza dettata dalla carenza di limiti che caratterizza i nuovi stili educativi. L’indebolimento della Legge del Padre produce il permanere del bambino nel regno del piacere, del legame narcisistico, del non-riconoscimento dell’Altro da Sé.

Mediamente i genitori di oggi non mancano di attenzioni nei confronti dei bisogni che i bambini esprimono [8]. Anzi, molto spesso il bambino appare come un “piccolo re”, le cui richieste vengono soddisfatte ancor prima di essere espresse, al riparo da ogni forma di sofferenza o mancanza. Il bambino non è più risorsa materiale per la famiglia, da allevare come futura forza lavoro per il bene individuale e comune, ma, nella società del benessere, il figlio può rappresentare più spesso un oggetto di soddisfazione narcisistica per il genitore (o come dice Bauman un “oggetto di consumo emotivo”), oppure un prodotto da esibire, come testimonianza della propria efficienza, misurata sulla base dell’agio e delle opportunità che si possono offrire, e delle compe- tenze ed eccellenze che il bambino riuscirà a sviluppare.

Questa impronta narcisistica del legame primario può fare da “stampo” nel processo di costruzione del sé e da “modello” per le relazioni future. Più che fornire al bambino risposte coerenti ai bisogni sani di sviluppo, quindi funzionali al suo rinforzo in prospettiva futura, le risposte ruotano attorno alla soddisfazione narcisistica del genitore e del bambino. Il bambino è oggetto gratificante e soggetto da gratificare. Si sviluppa, non tanto la spinta ad affrontare la vita coraggiosamente, a diventare un adulto capace e responsabile, ad inserirsi dignitosamente e produttivamente nella società, a contribuire al bene comune attraverso la capacità di riconoscere l’altro e di cooperare, quanto piuttosto l’illusione dell’onnipotenza e il bisogno di essere visto, considerato, ammirato. Su questa base anche le relazioni future tendono a costruirsi su un registro narcisistico. L’altro serve per ricevere conferme, sentirsi importanti, al centro dell’attenzione non è un soggetto con cui condividere, completarsi, arricchirsi, progettare, costruire.

Oggi, osserviamo anche un’altra caratteristica delle relazioni primarie: l’intermittenza. Quando il genitore è presente, appare completamente dedicato, ha un’attenzione esclusiva, quasi morbosa: non deve mancare nulla, il rapporto deve essere perfetto. Ma in altri momenti il genitore non c’è e non c’è proprio per nulla, né fisicamente né mentalmente (assorbito completamente da qualcos’altro) e viene sostituito da surrogati genitoriali. Da qui una certa discontinuità che non contribuisce alla costruzione di quel senso di permanenza, stabilità, coerenza, continuità necessari per la costruzione di un Sé solido ed armonico. Figure che si materializzano e si smaterializzano, seguendo il meccanismo del “tutto” o “niente”, possono contribuire al rinforzo di particolari funzionamenti psicologici “per estremi”: iperstimolazione/iperattività o vuoto insostenibile, soddisfazione completa o frustrazione profonda, da cui un senso di valore di sé e degli altri, misurato sulla base delle sensazioni momentanee di grati- ficazione o frustrazione, sono soggette quindi ad oscillazioni abissali.

È evidente inoltre, nella cultura contemporanea, il predominio del “fare” sullo “stare” [8]: l’uomo di oggi è inserito in un vorticoso ed incessante movimento che lo vede passare da un impegno all’altro, da un ambiente ad un altro, da un’attività ad un’altra, da un contatto ad un altro. Una modalità iperattiva, frammentata e discontinua, che coinvolge adulti e bambini e non consente loro di fermarsi. Uno stile di vita che disabitua gli adulti e non permette ai bambini di abituarsi a “stare”: stare in un luogo, stare in un gioco, stare ad ascoltare, stare ad osservare, stare a parlare, stare nella relazione, semplicemente godere della presenza dell’altro, dello “stare con”. Oggi, i genitori danno molto ai loro bambini, ma tendenzialmente stanno poco con loro.

In passato, il maggior rischio evolutivo derivava dal maltrattamento, dalla trascuratezza o dal non riconoscimento dei bisogni emotivi dei bambini, da cui si potevano sviluppare carenza di sicurezza personale, rabbia, conflitto intergenerazionale e problematiche dell’autostima. Oggi il rischio più significativo è dato dall’impronta narcisistica dei legami familiari, dalla loro discontinuità e frammentarietà, da cui possono derivare centratura su di sé, fragilità identitaria, oscillazione tra opposti (onnipotenza/ impotenza, iper-valorizzazione/iper-svalutazione), fuga dall’incontro e da se stessi at-traverso l’iperattività, individualismo e dipendenza patologica.

I genitori di oggi si sentono tendenzialmente più insicuri, impreparati e temono spes- so di non essere in grado di svolgere bene il proprio compito [5]. Ciò che un tempo veniva espletato con naturalezza ed istintività, è oggi qualcosa per cui ci si sente carenti, bisognosi di una preparazione specifica. Ciò può produrre un atteggiamento debole del genitore di fronte al bambino, eccessivamente dubbioso e timoroso, che non trasmette solidità e sicurezza. Il bambino si sente coperto di attenzioni, di oggetti e di ansietà, ma spesso non garantito, non protetto, non guidato. Egli ha bisogno di essere ascoltato, ma anche di essere indirizzato, ha bisogno di qualcuno che gli dica che cosa si deve fare e come bisogna fare certe cose, qualcuno che gli permetta di sperimentarsi, ma che gli ponga anche dei limiti. Ha bisogno di sentire dei genitori forti, in grado di sorreggerlo e di contenerlo, in grado di difenderlo anche da se stesso, da quelle spinte che lo potrebbero mettere in pericolo.

La forza e l’autorevolezza del genitore devono essere regolate e “impastate” con la fiducia che il genitore stesso ripone nelle capacità evolutive del bambino. Se il genitore si fida delle capacità e delle peculiarità del figlio, la sua autorevolezza non si tradurrà in autoritarismo: forza, fermezza, guida, limite, ma non modalità che annulla, non riconosce, schiaccia, plasma a sua immagine e somiglianza. Avere fiducia nelle potenzialità evolutive del bambino, vuol dire anche non sostituirsi a lui, lasciare che affronti le sue difficoltà, che trovi le sue soluzioni. Sviluppare fiducia in se stessi all’interno di un legame “sicuro” consente di potersi allontanare dal porto e sperimentarsi nel mondo. Inoltre, l’aver fatto esperienza di rapporti di fiducia, di rapporti che non schiacciano ma accompagnano e sostengono, permette al bambino, crescendo, di avere maggiori possibilità di fidarsi di altri che incontra sulla propria strada e di sentirsi degno di fiducia.

È proprio all’interno dell’esperienza del legame che si presenta la dinamica del desiderio. Laddove il legame mantiene una connotazione fusionale narcisistica [11], laddove il bisogno è immediatamente soddisfatto e la madre non è persona, ma “seno”, oggetto di consumo, non si sviluppa il desiderio. Perché si sviluppi il desiderio è necessaria la Legge, la Legge del Padre, il Terzo che si inserisce nella diade fusionale originaria e mette dei limiti, definisce dei confini, impone delle distanze. Allora inizia a delinearsi l’Altro, il suo esistere separato, con le sue caratteristiche, le sue esigenze, i suoi tempi e i suoi modi. Non è oggetto da divorare, includere, distruggere attraverso l’espressione libera delle pulsioni, ma è persona separata da riconoscere e rispettare. Un legame dunque in cui si differenzia un Io e un Tu, dove si profila quindi l’eventualità dell’attesa, della frustrazione, della rinuncia, dell’impegno per raggiungere un obiettivo o per mantenere il legame stesso, ma anche della creatività, dello scambio, del progetto, dell’impresa, della generatività.

Anche rispetto a ciò, scorgiamo alcuni rischi nei modelli relazionali proposti dalla cultura contemporanea.

Nel corso degli ultimi decenni, è avvenuto il passaggio da un modello di famiglia di tipo etico normativo ad un modello di tipo affettivo [4]. La famiglia etica era strutturata sul principio di autorità ed era volta a trasmettere norme e valori: principale obietti- vo educativo era che i figli “si comportassero bene e trovassero un posto nella società”. La famiglia affettiva di oggi, invece, è dedita primariamente a trasmettere affetto e a provvedere alla felicità dei figli: l’obiettivo è che i figli “stiano bene, siano felici, non soffrano”. C’è sicuramente un guadagno dal punto di vista della disponibilità, della vicinanza emotiva, dell’accompagnare, del sostenere con affetto e calore, ma il rischio è che le modalità affettive possano sconfinare in stili educativi iperprotettivi, permissivi e vizianti che, proprio perché non introducono limiti e norme, non stimolano il deside- rio, ma forniscono appagamento immediato, godimento istantaneo, evitamento di ogni forma di frustrazione o limitazione delle possibilità. Con questo approccio educativo, i bambini faticano a sviluppare l’autonomia, la capacità di fronteggiare i problemi reali, il senso di responsabilità, la tolleranza alla frustrazione, il riconoscimento e il rispetto dell’altro come persona “altra” da loro e non oggetto di gratificazione.

Questo stile educativo, idealmente, aspira alla costruzione del nido perfetto, della “famiglia felice” i cui membri provvedono alla reciproca gratificazione, ma spesso produce piccoli narcisi che finiscono per tiranneggiare i genitori.

Il complesso di inferiorità sperimentato da questi bambini non trova adeguata compensazione in una sana aspirazione alla superiorità, ma dà vita a ipercompensazioni attraverso il dominio sull’altro e sviluppando fantasie di onnipotenza.
Alcune di queste riflessioni sulle caratteristiche dei bambini di oggi, sono frutto della cultura contemporanea e dei nuovi stili educativi.

Ma come si presentano questi “nuovi bambini” in psicoterapia?
Innanzitutto, notiamo un diminuire dei casi in cui il fulcro iniziale dell’intervento si articola attorno alla compensazione dei sentimenti di inferiorità, mentre registriamo un incremento delle situazioni in cui è necessario sostenere un processo di conte- nimento e differenziazione di un mondo interno caotico e non-regolato, di riconoscimento del limite e dell’Altro da Sé, di rinforzo delle capacità di tollerare la frustrazione che l’impatto con la realtà sociale comporta, di riduzione delle oscillazioni onnipotenza-impotenza a cui il bambino di oggi è esposto.

Come già sviluppato in altri articoli del nostro Istituto circa il lavoro con e attraverso l’immaginario nei percorsi di psicoterapia in età evolutiva [2, 9], è evidente che l’immaginario infantile è da sempre popolato di personaggi coraggiosi che, affrontando difficoltà e pericoli, lupi e streghe, raggiungono insperate mete e conquistano ricchezze e cuori. È attraverso i processi di identificazione che i bambini si incoraggiano ed affrontano paure, risolvono dubbi, elaborano sentimenti ambivalenti. In psicoterapia, il giocare i diversi ruoli da parte del bambino e del terapeuta insieme, permette di mettere in scena i vissuti e le dinamiche intra ed eteropsichiche, dove la stessa rappresentazione ha funzione, oltre che di contenimento, anche di incoraggiamento perché mostra possibili evoluzioni, implicite nel significato simbolico dei personaggi stessi e nelle sequenze spesso attinte dalla tradizione fiabesca.

Più recentemente, nuove figure e nuovi scenari affollano la fantasia dei bambini, talvolta offrendo la medesima possibilità di rappresentare ed elaborare gli stessi contenuti del mondo interno semplicemente “vestiti” in modo differente, più spesso favorendo l’espressione ed il rinforzo di nuovi bisogni legati alla cultura contemporanea. I temi della distruttività e della potenza paiono essere quelli prevalenti, insieme ad una persistente inquietudine di fondo e ad un elemento magico-onnipotente pervasivo. I “nuovi personaggi” e, di conseguenza, il nuovo assetto dell’immaginario infantile, presentano come centrale più la dimensione della potenza che del coraggio.

La lotta tra il Bene e il Male, tra le istanze positive e quelle negative, tra quelle di vita e quelle di morte si gioca con le stesse armi da entrambe le parti, spesso in maniera confusiva: vince colui che ha più poteri ed il potere sta nel difendersi dagli attacchi dell’altro e distruggerlo. La spinta vitale dell’aspirazione alla superiorità si manifesta prevalentemente nella forma della volontà di potenza che si esprime come dominio, sopraffazione, azioni distruttive. Pare non esservi più traccia dei percorsi di crescita di quei piccoli personaggi, intimoriti di fronte ai compiti della vita, ma “armati” di intelligenza, sentimento sociale e coraggio, che affrontano mille difficoltà ed ostacoli

per arrivare ad una meta di benessere ed armonia.
Lo scontro tra potenze rimanda alla necessità di essere sempre più corazzati ed aggressivi: di qui il tema frequentissimo delle trasformazioni, delle evoluzioni, dell’assunzione continua di nuovi poteri. La formazione di un’identità avviene attraverso la stra- tificazione di armature, corazze, armi o attraverso fusioni di diversi personaggi (non attraverso la collaborazione). Un’identità dunque difensiva, dove la logica pare essere: “O sei sempre più forte o vieni spazzato via”. E la trasformazione avviene prevalen- temente attraverso atti magici, spesso provenienti da potenze esterne, più raramente frutto di un percorso maturativo o di crescita in cui si attinge da qualità interiori.

Il nuovo immaginario è inoltre più spesso percorso ad un’angoscia latente, dove l’elemento misterioso, inquietante, pericoloso è costantemente presente come un tappeto ed incombente, e la circolarità delle vicende, dove non si giunge mai ad una soluzione definitiva, rimanda un forte senso di instabilità e precarietà. Quando tutto sembra finito, tutto ricomincia, ben lontani dal lupo che viene eliminato una volta per tutte.

I nuovi personaggi fantastici, che sommano senza fine corazze ed evoluzioni, rimandano più ad un vissuto profondo di estrema impotenza da cui si sviluppano sovracompensazioni onnipotenti che ad un fisiologico processo di crescita, in quella sana dinamica tra sentimento di inferiorità ed aspirazione alla superiorità.

Nel setting psicoterapeutico, questi personaggi e questi scenari, ormai si presentano con grande frequenza ed intensità; essi corrispondono a vissuti, immagini di sé e modalità relazionali che i bambini sviluppano oggi e che troviamo più accentuati nei soggetti con difficoltà sul piano emotivo e relazionale. La definizione dell’identità personale si gioca più sul piano narcisistico e persecutorio del potere e della difesa dalla minaccia esterna che sul piano della differenziazione/consapevolezza interna e riconoscimento/adattamento al mondo esterno.

All’interno dei vari aspetti che concorrono nel sostanziare un percorso psicoterapeutico infantile, il lavoro attraverso l’immaginario va condotto tenendo conto di tali significative modificazioni. Osserviamo che è necessario oggi “aiutare” di più i bambini nel gioco ad uscire da personaggi e sequenze stereotipate e ripetitive basate su azioni distruttive o scontri tra super-poteri, per portarli ad un ampliamento dello scenario, ad una maggiore differenziazione delle parti rappresentate ed all’elaborazione di diverse strategie evolutive.

È necessaria cioè un’azione di contenimento non solo rispetto agli agiti che spesso il bambino propone, ma anche rispetto ad un simbolico tendenzialmente indifferenziato e caotico o stereotipato-ripetitivo che necessita di essere differenziato, elaborato, svi- luppato, organizzato.

È il caso di Giulio che interpreta per diverse sedute il ruolo di SuperG, eroe con superpoteri, non definibile come positivo o negativo. Egli distrugge a ripetizione i suoi nemici interpretati da me. La sequenza si ripete sempre uguale, si esaurisce in poco

tempo ed è accompagnata da espressioni mimiche e gestuali cariche di aggressività. Giulio mi invita ad usare armi sempre più potenti e distruttive, ma allo stesso tempo lui subisce una serie di evoluzioni che lo portano a possedere scudi e corazze impene- trabili ed armi d’attacco ancora più potenti.

Gradualmente inserisco delle variazioni per cambiare questo assetto iniziale: diversifico le mie reazioni ai suoi attacchi, esprimendo e verbalizzando le emozioni quali la paura, la rabbia, la tristezza diversamente modulate; inserisco elementi scenografici e un’organizzazione via via più definita delle coordinate spazio temporali; elaboro strategie sempre più articolate per sventare gli attacchi del nemico; introduco nuovi personaggi che non combattono soltanto, ma riescono ad interagire diversamente (ad esempio si avventurano alla scoperta di un’isola sconosciuta). Tutti questi cambiamenti, permettono a Giulio di differenziare sempre meglio i contenuti del mondo interno, verificare differenti modalità di espressione e di relazione in un clima di si- curezza che consente di uscire dalla ripetizione difensiva degli agiti distruttivi e delle corazze impenetrabili.

Attraverso queste azioni terapeutiche vengono promossi significativi cambiamenti nel funzionamento mentale del bambino: il passaggio dall’agito o dall’ipercompensazione onnipotente alla possibilità di entrare in contatto con le parti fragili di sé, l’imparare a tollerarle emotivamente e poter individuare risorse interne ed esterne per affrontare le difficoltà e le paure. È il passaggio dall’illusione dell’onnipotenza all’azione coraggiosa, dal dualismo impotenza/onnipotenza al processo inferiorità/ compensazione.

Come accade a Paolo, che parte dall’interpretazione di un ladro-assassino che deruba ed uccide chiunque incontri, dotato di armi ultrapotenti e di giubbotti antiproiettile impenetrabili. Dopo qualche tempo, arriva a chiedermi uno scambio di ruoli: vuole interpretare la polizia. In questa fase si gioca tutta l’angoscia di un’aggressività distruttiva priva di contenimento e di repressioni severissime da parte del controllore esterno. Nel periodo seguente (attraverso il giocarsi tali situazioni ed introducendo varianti), arriveremo ad azioni via via più moderate, dove è possibile, ad esempio, scontare una pena e provare, successivamente, altre modalità di comportamento meno aggressive.

La possibilità di riparazione e di espressione differenziata di sé (non è solo il ladro assassino, ma può essere diversi personaggi e quindi possiede dentro di sé aspetti diversi) consente a Paolo e a me di aprire verso nuovi scenari che portano il ladro assassino a fare diverse esperienze, perdendo gradualmente l’identità iniziale per assumere quella di soldato, giudice, infermiere, fino a diventare finalmente bambino. Il gioco simbolico si sposta a questo punto all’interno di una famiglia inventata, attraverso cui Paolo trova un ottimo canale di rappresentazione delle dinamiche della sua famiglia reale, esprimendo i suoi vissuti ambivalenti e trovando di volta in volta possibili evoluzioni delle situazioni critiche, attraverso l’elaborazione dei conflitti e delle dinamiche di inferiorità/superiorità.
Come è evidente nel caso riportato, in molte situazioni, il lavoro psicoterapeutico sul sentimento di inferiorità, le compensazioni e la loro armonizzazione con il sentimento sociale, rappresenta uno step più avanzato a cui il bambino accede solo dopo aver raggiunto un livello di funzionamento psichico più maturo.

Per concludere, possiamo affermare che, come per la terapia con l’adulto è necessario conoscere il contesto culturale nel quale si muove e da cui è influenzato a livello consapevole ed inconsapevole, in egual modo il terapeuta infantile deve conoscere ed immergersi nei nuovi scenari dell’immaginario infantile, che questi bambini portano in seduta e da essi è necessario partire per consentire, attraverso l’azione terapeutica, quei passaggi evolutivi che conducano, da un’illusoria posizione onnipotente, ad un coraggioso agire nella realtà.

Gian Sandro Lerda

 

Bibliografia

 

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